lunedì 15 febbraio 2016

Mario FERRARESE - pittore da divulgare





Avrei dovuto precisare nel titolo, 'amico pittore', essendo Mario, io e le nostre spose, legati da un'amicizia che dura da anni, anche se l'avanzare dell'età ha diradato i nostri incontri. Non quelli telefonici o epistolari, ormai divenuti elettronici.  
Inoltre i quattro suoi quadri appesi alle pareti della nostra stanza di soggiorno, ineludibilmente  ricordano e nobilitano il luogo e l'animo.
Bene ha pensato Mario di 'eternare' le sue opere (1387!) in un pregiato catalogo dotato di due DVD che mostrano tutta la sua produzione artistica, senza esclusione di genere: schizzi, appunti, disegni e dipinti, alcuni dei quali esposti in mostre con esiti notevoli di pubblico e critica.


           Mario Ferrarese
Le relazioni umane sono complesse e variegate, spesso inique perché ascritte all'invidia, intesa nel senso di rammarico dell'altrui felicità: ciò induce ad ostacolare - o non favorire - il successo del contendente. Per un altro verso, può influire negativamente l'ambiente frequentato, poco propizio alla diffusione e alla conoscenza delle intrinseche qualità inerenti la 'cosa in sé'. Questo per dire che Mario avrebbe meritato un successo, un'approvazione pubblica ben superiore a quella ottenuta nell'ambito di una cerchia di amici e conoscenti. Ma la sua capacità di discernere il vero dal falso, avrà certamente destato in lui  il sentimento gratificante che si merita.
Difficile la proposizione di opere d'arte da scegliere nella sequenza, insigne ed eletta, da lui mostrata. Come iniziare? Quale proporre per prima?
Il quadro intitolato 'Chiarastella' apre il mio discorrere perché so essere nato da una spinta affettiva verso la nipote che porta lo stesso nome: una stella sembra essere una sovrannaturale apparizione nel gioioso, colorato mondo sottostante. Suggestione ambivalente: emotiva per i colori smaglianti come la giovinezza, e razionale per l'equilibrio compositivo.
Iniziamo il percorso artistico di Ferrarese seguendo l'ordine cronologico, al fine di evidenziarne l'evoluzione. 
Mentre leggiamo e vediamo le riproduzioni dei quadri, ascoltiamo i contrappunti  I, II e III de «L'Arte della Fuga» BWV1080 di Johann Sebastian Bach (1685 - 1750).
Esecuzione di 'Musica Antiqua Köln' diretta da Reinhard Goebel (Andras Staier e Robert Hill al cembalo).
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1953 - Viaggio nell'Italia meridionale (per migliorare la visione usa lo 'zoom')






Di primo acchito sembrano esiti fotografici, ma la geometria compositiva è già personale, appassionato segno grafico.



Ricerca comprovata nel disegno del 1955.

                                                                                
                                                                          


Il colore, mantenuto nella gamma scura, entra con esitante prepotenza.






Ma si afferma decisamente nel 1965.







Ne dà conferma l'olio del 1975.





Il 'senza titolo' del 1977 è una delicatissima china che cerca appropriati accostamenti di linee compositive. Cercati e trovati.


                   
  


Il 1980 è caratterizzato da un olio sui toni scuri: segno del subconscio che 'incrina'  l'innata giovialità del nostro pittore, del suo essere.
                                     

                      
                             



Ancora nel 1980, un disegno a matita piuttosto inquietante: le figure sembrano tendere verso un obiettivo agognato, ma irraggiungibile. 







NOTA: il percorso dal 1993 al 2009 comprende molti pastelli, pennarelli e matite acquerellate da me esclusi, probabilmente sbagliando, perché ritenute tecniche poco rilevanti. Gli oli e le tempere dello stesso periodo mi sono sembrati pregevoli, ma meno coinvolgenti.  


Delicatissimo acquerello suggerito formalmente da Afro, ma
con un personale, profondo apporto affettivo.






Epifania del colore! Quella che caratterizzerà - in gran parte - la produzione di Mario.






Predisposizione confermata in questo luminosissimo acrilico del 2009.








Da allora sono trascorsi soltanto quattro anni, ma pesanti nell'arco della vita, ormai prossima alla vecchiaia.






L'anno successivo crea un dipinto che - a discrezione del possessore - potrebbe essere capovolto.








                                                          


L'ultima delle opere di Mario porta il titolo "Im Abendrot" (Al crepuscolo), tratto da uno dei 'Quattro ultimi Lieder' (Vier letzte Lieder) di Richard Strauss (1894 - 1949). Propongo l'ascolto di questo brano - oltre che per la sua straordinaria bellezza - perché  composto alla considerevole età di ottantatré anni.
Momento della vita che porta a particolari riflessioni, consce o subconsce.
Il testo è del poeta tedesco Joseph von Eichendorff (1788 - 1857).
Qui, un giorno, vagammo insieme felici mano nella mano.
Ora, alfine, sostiamo nella pianura avvolta dal silenzio.
Le ombre sopraggiungono a esplorare le valli, mentre le tenebre pervadono l’aria immobile.
Due usignoli solitari cantano e colmano, così, i loro sogni. Avvicinati e lasciali cantare, presto sarà ora di dormire.
Com’è lontano l’inizio del nostro cammino e com’è profonda questa solitudine.
Oh riposo così a lungo desiderato!
Sentiamo, ora, il dolce sospiro della notte e siamo stanchi, molto stanchi.
Potrà, forse, questo essere la morte?
                                                                                                                          libera traduzione di d.v. magris

Ascoltiamolo nell'esecuzione di Jessye Norman accompagnata dall'Orchestra Gewandhaus di Lipsia diretta da Kurt Masur.

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Questo quadro, l'ultimo della raccolta di Mario FERRARESE, (ma gli auguriamo un lungo prosieguo) è su tela di sacco. 
E chiude, in profonda riflessione, un percorso artistico caratterizzato dalla gioia di vivere, non disgiunta dalle riflessioni che lo stesso vivere comporta. La cupezza dovuta alla tonalità scura prevalente, è in parte lenita dagli schiariti occhielli che faticano a farsi luminescenti: in perfetta armonia  col mondo reale e ideale, da Mario mostrato con segni, colori, idee e sentimenti.
Il tutto sorretto dalla rigorosa osservanza di ciò che Platone ha chiamato 'geometria' e ha definito come 'conoscenza di ciò che perennemente è". 




Precisazione: le considerazioni qui espresse, non hanno la pretesa di assurgere a parametri
                       valutativi, ma sono frutto dell'arbitrarietà propria alla categoria amatoriale. 
                       La loro motivazione è dovuta esclusivamente a spinte affettive.




giovedì 4 febbraio 2016

BRUGES - "LA CITTA'  MORTA"
 
 
 
 Oggi parlerò dell'opera che il compositore austriaco, ma naturalizzato americano, Erich Wolfgang KORNGOLD (1897-1957) ha chiamato 'Die tote Stadt' (La città morta) riferendosi a Bruges, la città belga famosa per i suoi canali che nel Medioevo consentivano anche a navi commerciali di grandi dimensioni, di raggiungere la città per via mare. Nel 1920, quando Korngold scrisse il libretto (tratto dal romanzo 'Bruges la morta' di George Rodenbach) e la musica dell'opera, la città viveva ancora  la stagnante  situazione  economica - e  il conseguente aspetto triste - dovuto  all'insabbiamento dello Zwin, il canale più importante, avvenuto nel XV secolo.
Attualmente è un vitale centro turistico, con eccesso di zelo chiamato 'Venezia del Nord'.

Erich Wolfgang Korngold
La motivazione che mi ha indotto ad occuparmi di Korngold e della sua opera, è dovuta al fatto che il canale digitale 'medici.tv' l'ha trasmessa dal vivo, il 30/01/16 in forma concerto, ripresa all' «Auditorium de Radio France».
L'«Orchestre Philharmonique de Radio France» è diretta dalla Maestra Marzena Diakun con i seguenti interpreti:
Marietta - Camilla Nylund soprano; Paul - Klaus Florian Vogt tenore; Frank - Markus Fiche baritono; Brigitta - Catherine Wyn-Rogers contralto.

Ho anche una registrazione ripresa al Teatro La Fenice di Venezia nel 2009 con la pregevole regia di  Pier Luigi Pizzi,  ma era riposta tra i preziosi ricordi della mia memoria.
E le due esecuzioni distano alquanto negli esiti interpretativi. La forma concerto assume un aspetto cameristico di cordiale, intima comunicazione e  suscita  emozioni tali da indurmi a parlarne.

TRAMA : a Bruges, Paul  piange  la morte della sua  giovane  sposa  Marie.  Incontra una donna che le assomiglia straordinariamente. Rimane angosciato e lacerato tra l'intimo desiderio di lealtà verso la moglie e le rinnovate pulsioni sessuali verso Marietta, la donna conosciuta. Abbandonerà Bruges, città per lui legata soltanto alla morte.

Korngold è un musicista di difficile collocazione stilistica: pur avendo operato nella prima metà del Novecento, si è inserito perfettamente nel contesto dell' Espressionismo musicale (Arnold Schönberg, Alban  Berg e Anton Webern), ignorando il periodo Fauve de "La sagra della primavera", o del Neoclassicismo (Pulcinella e altro) di Igor Stravinskij e rifiutando la teoria dodecafonica di Arnold Schönberg. 
Perdurano tuttavia, nella sua musica, influssi e suggestioni tardoromantiche: in special modo quelle wagneriane, sebbene alquanto interiorizzate. Se Wagner ipnotizza e sconvolge le viscere dello spettatore, Korngold commuove, smuove i suoi affetti più reconditi e le passioni riposte nell'inconscio. Come in Wagner, le voci non cantano Arie (ad eccezione dell'Aria di Marietta), ma 'suonano' insieme all'orchestra. E il coro proviene da lontano simile al 'tema dell'alba', cantato tra le quinte da Brangania nel 'Tristano e Isotta'. Sono, queste, scelte interpretative della Direttrice d'orchestra che ha voluto sdrammatizzare le relazioni sociali, riducendo gli aspetti espressionistici presenti nella musica di Korngold. Questa scelta sembra scorretta (e oggettivamente lo è), ma porta agli esiti cameristici di cui ho detto.
L'orchestrazione è piuttosto uniforme: i gruppi strumentali (archi, legni [oboi, clarinetti, fagotti e flauti], ottoni e percussioni) suonano tutti insieme, a volte prevalendo alcuni per timbro piuttosto che per dinamica (piano, forte ...). Questa omogeneità rende l'idea del silenzio, della noia e della tristezza che si specchiano nelle scure acque dei canali di Bruges, città morta (Questo luogo vuole il silenzio! ... L'amara realtà ha distrutto il regno della fantasia).
Il protagonista, Paul, identifica la sua sposa morta Marie con Marietta, donna di spettacolo, ballerina desiderosa di vivere e amare intensamente, senza gli indugi frapposti dal nostalgico - seppur innamorato - amante. Come affrancarsi dalla  contorta dipendenza psichica? Frank, spregiudicato amico infedele di Paul (possiede la chiave dell'abitazione di Marietta), ma uomo dotato di senso pratico,  decide di iniziare un nuovo percorso esistenziale cercando nuovi 'luoghi' affettivi e residenziali e invita Paul a seguirlo. 
A conclusione dell'opera, prima di lasciare definitivamente la casa dei suoi ricordi e Bruges, Paul canta sullo stesso motivo dell'aria di Marietta: "O felicità che mi sei rimasta, addio mia fedele amata. La vita è disgiunta dalla morte secondo una legge terribile". 
E noi spettatori - avvinti da tanto splendore musicale - stiamo ad attendere un' altra commovente, simile percezione.
Ascoltiamo la "Canzone di Marietta" (Marietta's Lied = Felicità che mi sei rimasta) nella esecuzione del soprano Renée Fleming, registrata al Met (Metropolitan Opera House) di New York.

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giovedì 7 gennaio 2016

I L   V A L Z E R 
tra euforia e affanni


Scrivendo  di  valzer,  tornano  in mente  gli Strauss padre (Sr = senior) figlio (Jr = junior): Johann ambedue.
Quel genere di danza, tuttavia, era nato ben prima con il popolare Ländler e l'aristocratico Minuetto - ambedue in ritmo ternario (3/4).
Haydn e Mozart, avevano scritto dei valzer, ma quello che divenne famoso fu il tema che Anton Diabelli (1781-1858) propose a 51 compositori perché ne facessero delle 'variazioni'. Aderirono - per citarne alcuni - Czerny, Hummel e Moscheles; ma fu Beethoven ad innalzare a vette supreme quel facile motivetto. Ascoltiamolo:

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Il valzer si diffuse particolarmente a Vienna per opera degli Strauss, una famiglia di musicisti da cui emersero Johann padre (Sr) e Johann figlio (Jr). Il primo conosciuto per i 'galop', le 'polke, la 'Radetzky March' e, ovviamente, per i valzer.
Johann Strauss Jr

Johann STRAUSS Jr. (1825-1899) è il più celebre dei due per la quantità e per il livello compositivo raggiunto dalle sue opere, delle quali è sufficiente ricordare "An der schönen Donau" (Sul bel Danubio blu), "Kaiserwaltz" (Valzer dell'Imperatore), "Wein, Weib und Gesang" (Vino, donna e canto). I suoi valzer ebbero un'immediata diffusione e furono apprezzati da Brahms e da Schönberg che arrangiò il 'Valzer dell'Imperatore'. 
Ascoltiamo 'Frülingsstimmenn' (Voci di primavera) op.410nella esecuzione della Wiener Johann Strauss  Orchestra diretta da Willy Boskovsky.

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L'immagine della Vienna 'fin de siecle' è completa, ma spogliata dalla pesantezza presente in Johann padre ed arricchita da una vena melodica scorrevole e trascinante. 

NOTA:  di Johann Jr. ho volutamente trascurato  -  perché non pertinenti all'argomentazione             fondata  sul valzer  -  le 'Operette',  quali ad esempio,   "Il pipistrello",   "Lo zingaro   barone", "Una notte a Venezia".



Ma il valzer non è soltanto quello sereno e conviviale proprio di Vienna. Più a nord, in Finlandia,  il ballo rispecchia la vena malinconica legata all'ambiente fatto di foreste, laghi e ghiacciai. 


Jan Sibelius
Jean Sibelius (1865-1957) scrive musica dal carattere   contemplativo   che  rinuncia al drammatismo postromantico per uno stile, un   atteggiamento  estatico   che, dopo il 1926, lo  condurrà  a  rifiutare  il comporre  per  i restanti  trentanni della sua vita.
Il Valse triste op.44 non è un brano a sé stante come lo conosciamo, ma  fa parte delle musiche di scena di 'Kuolema' (La morte), dramma scritto nel 1903. 
Il  titolo  è  esplicito e  non  abbisogna di chiarificazioni.   Ed  è   idoneo   a  rivelare  uno  dei  possibili contesti di rapimento estetico del nostro vissuto esistenziale.
Ascoltiamolo nell'interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan.


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Il valzer ha toccato considerevolmente anche il cinema: "2001: Odissea nello spazio" di Kubrick, "Il Gattopardo" di Visconti, "L'ultimo valzer" di Scorsese, per citarne alcuni.
Luchino Visconti è stato particolarmente sensibile e attento alle colonne sonore dei suoi film, a cominciare da "Senso", con musiche di Bruckner e Verdi, "Vaghe stelle dell'Orsa" con César Franck, "Morte a Venezia" con Mahler, "Ludwig" con Wagner. Ma la collaborazione più stretta l'ebbe con Nino Rota (1911-1979) per "Le notti bianche", "Rocco e i suoi fratelli", "Boccaccio '70" e 'Il Gattopardo'. Famosissimo il  'Valzer in Fa maggiore' di  Giuseppe  Verdi - da lui scritto ancora studente  - per la 'Società Filarmonica' (la banda) di Busseto.



Nino Rota lo ha sensibilmente arrangiato per il film di Visconti conferendogli la finezza e il sapore decadente propri al séguito del principe Fabrizio di Salina.  

Ascoltiamo il 'Valzer brillante' di Nino Rota - Orchestra del Teatro La Fenice diretta da George Prêtre.

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Ma chi ha veramente mostrato una nuova idea del valzer è Maurice RAVEL (1875-1937). 


Maurice Ravel


Con 'La Valse' ha trasfigurato la danza elevandola a musica da concerto, pur conservando il suo carattere trascinante delle vorticose evoluzioni danzanti. E soddisfacendo le esigenze di due categorie di ascoltatori: quelli dediti alla musica 'leggera', e i frequentatori delle sale da concerto capaci di scoprirvi le raffinatezze timbriche e armoniche che caratterizzano la musica di Ravel. 
Il brano si apre con un mormorio degli strumenti più scuri dell'orchestra (contrabbassi, fagotti e clarinetto basso) per schiarirsi gradualmente e lasciar posto al valzer con un'esplosione orgiastica del ritmo, data dalle percussioni e dall'intera orchestra.
La conclusione del delirante baccanale, lascia spazio ad una implicita, inequivocabile visione della morte. 

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Ascoltiamo 'LA VALSE' di Maurice Ravel nella esecuzione dell'Orchestre National de France diretta da Leonard Bernstein.





  



sabato 12 dicembre 2015

IBSEN - "SPETTRI" che tornano 





Nel 1982 ho assistito, al 'Festival dei Due Mondi' di Spoleto, alla rappresentazione teatrale di 'Spettri' di Henrik Ibsen (1828 - 1906) per la regia di Luca Ronconi e la scena - indimenticabile - di Mario Garbuglia: un'alta serra liberty fatta di bianche vetrate dalle quali entra il grigiore scandinavo (Ibsen è norvegese) e, improbabilmente, il sole agognato dall'infelice Osvald, protagonista del dramma.
Ibsen anticipa il tema dell'eutanasia legato al senso della vita e della morte: il figlio invoca la madre affinché lo aiuti a compiere il suicidio, ma il dubbio rimane irrisolto. Sì! ... No! ... grida lei disperata. 


Giovedì 10 dicembre 2015 radio3 Suite, condotta da Oreste Bossini, coadiuvato per il teatro da Antonio Audino e da Giuliano D'Amico (docente di letterature nordiche a Trondheim in Norvegia), programma un parziale ascolto dello stesso dramma ibseniano registrato dalla RAI nel 1972, interpretato dalla grande Sarah Ferrati (signora Alving), Alfredo Bianchini (Pastore Manders), Rodolfo Baldini (Osvald). Regia di Filippo Crivelli. 
                    
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Bossini, sollecitato da Audino, propone come brano musicale legato ad Ibsen, le musiche di scena per il dramma 'Das Fest
aus Solhaug' di Hugo Wolf (1860 - 1903), musicista malato di sifilide e morto pazzo come Osvald, protagonista di 'Spettri'.
Mi allontano dalla sua scelta e propongo il Lied 'An eine Äolsharfe' (A un'arpa eolica), dello stesso Wolf il cui testo, di Eduard Mörike, è il seguente:

Protetta dall'edera/di quest'antico muro/tu, arpa melodiosa e segreta dei cieli,/ripeti il tuo musicale lamento./ Aimé! Tu vieni, brezza lontana,/dalle colline fresche e verdi/dove giace il bambino/da me teneramente amato./Fiori primaverili sbocciano sul sentiero/e inebriano di profumo./ Ah! Di qual dolce emozione/tu colmi il mio cuore!/Come vibrano le tue corde/al musicale richiamo della malinconia/del tuo suono che si espande e si dilegua/insieme al mio struggimento.// Ma improvvisamente il vento si gonfia/di un soffio più profondo;/l'arpa allora effonde accenti più commossi/che sospingono la mia anima nei più intimi segreti./Ed ecco che la rosa spampanata dal vento/ sparge i suoi petali ai miei piedi.//                    (traduzione di d.v.m.)

Il musicale lamento dell'arpa e i petali della rosa, sembrano portati dal vento ai piedi di Osvald e di mamma Alving, come compenso per la loro sciagurata esistenza. 


            Hugo Wolf                                       clicca e ASCOLTA


                                Dietrich Fischer-Dieskau baritono
                                                Daniel Barenboim pianoforte
 






venerdì 27 novembre 2015

IO SONO IL VENTO di Jon FOSSE (1959)





Cinque anni sembrano pochi ad un giovane uomo, ma pesano ad un ottantunenne quale io ero nello scrivere il saggio intitolato 'Vecchiaia dolceamara Vecchiaia' in cui cercavo disperatamente una percezione, un senso positivo della vecchiezza. Ora, ottantaseienne, la mia visione del mondo - chiamata dai filosofi tedeschi Weltanschauung - è maggiormente critica nel valutare gli aspetti attinenti il buonsenso, l'assennatezza e soprattutto nel credere alla pretenziosa saggezza, quella che si ritiene capace di distinguere il bene dal male, di moderare i propri desideri e giudicare i comportamenti altrui grazie all'esperienza acquisita. Se - com'è vero - ho superato l'inquietudine della morte, posso ritenermi un vecchio tranquillo.
Forse perciò ho gradito lo sconvolgente dramma che ieri sera - 25 novembre 2015 - Radio3 ha trasmesso e ora propongo al vostro ascolto.

Titolo:  'Io sono il vento' - Autore: Jon FOSSE (scrittore e drammaturgo norvegese)
Attori:   Alberto Astorri e Luca Zacchini.
Regia:  Massimiliano Civica.
Luogo: Teatro India di Roma.
La 'ballata' che conclude il dramma è 'The Weeping Song' (La canzone del pianto) di Nick Cave, della quale riporto il testo del ritornello:

Questa è una canzone del pianto,
Una canzone nella quale piangere
Mentre tutti gli uomini e le donne dormono.
Questa è una canzone del pianto,
Ma io non piangerò a lungo.

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Commento - breve recensione:
Il titolo 'Io sono il vento' è piuttosto significativo. La parola è volatile, instabile come il vento che tutto sospinge verso l'infinito, verso l'ignoto e lo sconosciuto del comportamento umano (l'inconscio), che Jon Fosse caratterizza con poche parole e soprattutto con il silenzio. 
Due sono i protagonisti - non si sa come apparentati - che dialogano sulla vita e sulla morte (mai, comunque, citata), rievocando un avvenimento drammatico avvenuto non sappiamo quando: il suicidio di uno dei due. Il loro discorrere è sempre indeterminato, fatto di voci le cui parole nulla comunicano di compiuto, perché tutto è sotteso. Possiamo immaginare scambi di sguardi eloquenti più delle parole. E avvertiamo i silenzi evidenziati dal respiro affannoso dei due piuttosto che dalla loro durata.  
Certamente il respiro è una manifestazione vitale che ben evoca - con il suo possibile arresto - la morte: le verità si esprimono con molto pudore!



lunedì 5 ottobre 2015


MUSICA dell' ALBA
 Luca  FRANCESCONI - Cobalt and Scarlet - Two colours of Dawn -
(due colori dell'alba) per grande orchestra


Luca Francesconi

clicca e Ascolta 'Cobalt and Scarlet'





Formazione orchestrale: 2 ottavini, 2 Fl, 2 Ob, Cor inglese, Cl piccolo e basso, 2 Cl, Sax alto, 3 Fg, 3 CtrFg, 6 Cor, 4 Tr, 3 Trbn, Tuba, Timp, Percussioni varie, 2 Xilof, 2 Vibraf, Celesta, pianoforte, arpa, archi.

Luca Francesconi (1956 - ) nato a Milano, è stato allievo di Luciano Berio, Karlheinz Stockhausen ed Azio Corghi.
Non conoscevo la sua musica - anche se di lui avevo sentito a lungo parlare - ma fui irresistibilmente attratto da 'Cobalt and Scarlet', la sera della sua programmazione a Radio3. Subii un processo di ammaliamento inconscio, lontano dal mio abituale modo di ascoltar musica che antepone al sentimento la ragione. Il brano, infatti, è denso di tensione, e l'orchestrazione ricca di fantasia e di colori capaci di affascinare ogni sorta di uditore.  Riprovai le emozioni adolescenziali - epidermiche e viscerali - indotte dagli ambigui accordi wagneriani: pensai che la vecchiaia stava obliterando la mia capacità di giudizio. Ma mi ravvidi presto ricorrendo all'analisi formale. 

La composizione inizia con la ripetizione di tre note, di timbro metallico, che preludono ad una inquietante scala dissonante e discendente: non cromatica in senso stretto, ma atonale e aperta ad ogni possibile sviluppo. Si aggiungono i fiati, gli ottoni, le percussioni e i contrabbassi per evocare - con i ritmi primordiali de 'Le sacre du printemps' di Stravinskij - i due colori del titolo: cobalto e scarlatto. Ne esce un'alba poco estasiante, ma di grande effetto cosmico (quello di pitagorica memoria); un'epifania terrificante lontana dallo stereotipo legato impropriamente all'aurora: l'alba la precede e Francesconi ebbe modo di vederla da una finestra di un albergo di Oslo. Ricorda lo stesso compositore: "i colori vaghissimi, ancora avvolti dalle ombre della notte, si andavano trasformando in una luce di velluto blu cobalto. Un processo stupefacente e lentissimo. Tutto sembrava fermo, là fuori, e invece cambiava incessantemente. D'improvviso mi resi conto che era apparso qualcosa di nuovo; un raggio più forte, una foschia astratta. Era il sole!".    
(riferito il 12 gennaio 2006 da 'Spazio Tadini', rivista dell'omonima 'Associazione Culturale' di Milano)

Il compositore traduce in musica la sensazione descritta con un'autentica esplosione di suoni densi e complessi - una sorta di contrappunto timbrico - sempre in bilico tra il desiderio di permanere entro àmbiti formali, e un 'ingenuo' (schillerianamente inteso) primitivismo. Ma questo equilibrio è difficilmente raggiungibile, e Francesconi - poco incline alla contemplazione - esprime con ardore e veemenza la propria capacità creativa: qualità che ha conquistato pure i giovani (non è poco!) presenti lo scorso settembre al 'MITO' di Torino.  
Sembra che i musicisti operanti nel XXI secolo siano refrattari alle sollecitazioni sentimentali. In compenso l'indiscutibile preparazione tecnica di cui son dotati, concede loro di creare della musica capace di suscitare eccitanti emozioni. Non hanno ancora fondato uno stile che possa tradursi in una 'scuola' di riferimento: dopo la 'Seconda Scuola di Vienna' (Schoenberg, Berg e Webern), quella di Darmstadt [che ha dato luogo alla 'Nuova Musica' con le sue frange di musica concreta (Schaeffer), elettronica (Boulez, Nono)] e dopo il 'Minimalismo' americano (Philip Glass, Steve Reich, John Adams), non ci sono orientamenti prevalenti.
I compositori di musica classica contemporanea attingono a varie forme e generi spesso accostando alle canoniche 'Fuga', 'Lied', 'Variazioni' e 'Forma sonata' le più libere espressioni legate al Jazz, al Rock e al Pop.
Detta variabilità è anche voluta dal desiderio di riavvicinare alla musica gli ascoltatori delusi dall'eccessiva ricercatezza formale della 'Nuova Musica', prevalsa nella seconda metà del Novecento. Ne rendiamo merito in attesa di esiti meno occasionali e maggiormente univoci.