venerdì 15 aprile 2016

DOCTOR ATOMIC  di  John  ADAMS  
Primo test della bomba atomica - New Mexico luglio 1945
Opera in due atti (2005) - testo di Peter SELLARS


John Adams (1947 - ) è un compositore statunitense di Scuola Minimalista, qualificazione che non vuol essere riduttiva ma riferirsi alla trasformazione di una 'cellula' melodica ripetitiva che, gradualmente e quasi impercettibilmente, viene variata nel ritmo e nella struttura compositiva creando un clima percettivo inizialmente quasi manierato, ma capace - invece - di innalzarsi ad un grado mistico/contemplativo.
Il libretto è del famoso regista  Peter Sellars, basato su atti di comunicazione tra responsabili del governo americano e gli addetti alla progettazione della bomba atomica. Ci sono delle citazioni dei poeti Baudelaire e di John Donne (1572 - 1631). 
L'Ouverture è fatta di una concentrazione di suoni di varie specie: multiformità timbrica orchestrale con sovrapposizione di suoni concreti (la musica concreta è fatta di registrazione di rumori naturali o artefatti) quali rombi di aerei, grida di dolore, stridii evocanti un clima di guerra.
Il Coro dice: 'crediamo che la materia non possa essere creata né distrutta, ma possa soltanto cambiare forma ... Ma ora sappiamo che l'energia può diventare materia e la materia può diventare energia'.

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Robert Oppenheimer (baritono) è lo scienziato direttore del progetto Manhattan finalizzato alla realizzazione delle prime bombe atomiche. Discute con il collega Edward Keller  (baritono)
che, dubbioso sulla moralità del progetto, gli dice: " prima di tutto fammi dire che non ho speranze di mettermi la coscienza a posto: le armi che creiamo sono così terribili che né proteste, né giustificazioni politiche ci salveranno l'anima".
Oppenheimer, confidenzialmente chiamato Oppy, risponde che l'anima è una cosa astratta ed inutile: "se dovessi perderla andando a passeggio soffrirei meno che se avessi smarrito il mio biglietto da visita".
La musica è piuttosto lugubre, fatta di un mormorio continuo degli archi bassi e di glissando accompagnati da suoni tenuti dei corni, pertinenti al recitativo di Keller ritmicamente legato
al testo che va cantando. 

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Il giovane scienziato Robert Wilson - idealista impegnato - (tenore) sta organizzando un incontro sull'impatto del 'Gadget' (nome in codice della bomba) e dice: "A dire il vero sto organizzando un incontro. Non sono questioni tecniche, bensì politiche e sociali ... Questa è una petizione per il Presidente degli Stati Uniti: "I sottoscritti scienziati hanno lavorato nel campo dell'energia nucleare e hanno sempre temuto che, durante la guerra, gli Stati Uniti potessero subire un attacco nucleare e la loro unica difesa fosse un contrattacco usando gli stessi mezzi. Oggi la Germania è sconfitta (Nota del redattore: la prova del progetto Manhattan è avvenuta il 15 luglio 1945, quando i tedeschi si erano già arresi) e ci sentiamo costretti a dire quanto segue: Le bombe atomiche potranno anche essere potenti ordigni bellici, ma gli attacchi sul Giappone non possono essere giustificati. Finché non chiariremo le condizioni di pace e daremo loro la possibilità di arrendersi, vogliamo provare l'arma dove non ci siano persone. Né su una città, né una dimostrazione proprio qui nel deserto. Oppure concediamo loro di mandare qui degli osservatori a vedere con i loro occhi". 

L'orchestra, la voce del tenore e gli interventi del baritono (Oppenheimer), stanno in un registro acuto per evidenziarne la concitazione.  
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Oppenheimer sta sfogliando a letto, con accanto la moglie Kitty(soprano),  i rapporti della missione e si mostra preoccupato. Lei cerca di acquietarlo:"Am I in your light?", "Sono nella tua luce?" (canta con dolcezza e amore) "tra i tuoi capelli solo le mie dita, solo i miei occhi fendono la luce per sollecitare le tua mente con amore. Ti amo!
E' un'Aria dolcissima, una pagina musicale che smuove gli affetti con richiami appassionati di sapore pucciniano. L'armonia sottolinea lievemente, con delicati accordi in pp (pianissimo), gli arpeggi propri dell'arpa e gli ostinati, leggeri pizzicati degli archi,  accompagnati dagli accordi legati dei violoncelli e contrabbassi, mentre Kitty dice: "lentamente mi chino su di te che lentamente respiri. Nelle mie vene scorre il ritmo, come per dirti che ti amo". Rintocchi ritmicamente uguali (propri, come sappiamo, alla scuola minimalista), a suggerire lo scorrere del tempo come il dolce fluire del loro amore. Un rullo di timpani e suoni di corni solennizzano il magico momento.
Oppie (nome confidenziale di Oppenheimer) le risponde citando dei versi di Baudelaire (1821-1867): "Lasciami respirare a lungo, ancora e ancora, / L'odore dei tuoi capelli, lascia che io vi immerga il / Viso come fa l'assetato nell'acqua della sorgente / ... (tratto da 'Un emisfero in una chioma').

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E' la notte del test della prima bomba atomica già issata su un'alta torre, ma le condizioni atmosferiche sono pessime.
Il meteorologo Jack Hubbard avverte il capo militare generale Leslie Groves (basso), che tentare la prova in quel frangente è estremamente pericoloso. "Cos'è che non va con il tempo? ... E se un fulmine colpisse la torre e detonasse la bomba?, chiede il generale e Hubbard risponde: "I meteorologi si oppongono a questo test da mesi ... temporali, pioggia e forti venti ci condizionano". Altezzosamente sentenzia Groves: "Si tratta di insubordinazione? ... Questo test si svolgerà come previsto, o passerà il resto della sua vita dietro le sbarre, caro meteorologo".
Un interludio orchestrale, con colpi di timpani e decise arcate dei contrabbassi, denota (la musica non è mai descrittiva, non può esserlo per il suo carattere astratto) le cattive condizioni atmosferiche. Musica di stampo tipicamente minimalista, con ripetitivo ritmo frenetico e guizzi vibratili degli archi.

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Oppenheimer è turbato, sconvolto dagli irrisolti dubbi e , solo nel  deserto,   declama  il   sonetto   di  John  Donne  (1572 -1631)  
'Batter my hearth': "Spezzami il cuore, Dio di tre persone /che finora hai bussato, bisbigliando, e cercato di correggermi./ Se vuoi che mi alzi e resti in piedi,/ abbattimi, spezzami e usa la tua forza per crearmi nuovamente./ Io, come una città usurpata ma che spetta ad un altro,/ mi sforzo di farti entrare (nella mia anima), ma inutilmente. /...Tuttavia io ti amo e vorrei essere riamato da te,/ ma sono promesso sposo al tuo nemico (Satana)./ Divorziami, spezza di nuovo quel legame, /portami da te, imprigionami, poiché io/ non sarò libero se tu non mi fai prigioniero;/ né sarò mai puro se tu non mi violenti". 
I tremoli dei violini e delle viole, i colpi di timpano e il timbro degli ottoni nel registro grave, caratterizzano un clima teso (evidenziato maggiormente dal ritmo ripetitivo, tipico della 'minimal art'), manifestano lo stato d'animo vissuto da Oppenheimer che, grazie anche al testo poetico rinascimentale scelto da Peter Sellars, acquista un valore non più di carattere personale, ma ancestrale e cosmico. 
Il canto è sofferto e di duplice valore: può essere ricondotto all' «Aria» dell'opera seria, con incursioni nel mondo del «Musical». La commozione di Oppenheimer, i suoi dubbi interiori sono magistralmente esteriorizzati dall'orchestra che, in sottofondo, continua il percorso iniziato nell'interludio.

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ATTO II
Kitty e la baby sitter indiana Pasqualita (contralto)  osservano le perturbazioni atmosferiche. La figlioletta degli Oppenheimer si sveglia e Pasqualita la riaddormenta cantando una dolcissima ninna-nanna (una Berceuse in termini musicali): "A nord fiorisce un fiore di nuvole, / E ora il lampo guizza, / E ora il tuono si schianta, / E ora cade la pioggia". Il canto è accompagnato da vibrafoni e 'campanacci' propri alla musica folclorica. Come la conclusione della strofa fatta di 'a-a-aha', cullanti vocalizzi.
Un interludio orchestrale cupo e minaccioso (legni e archi bassi in tremolo) commentano l'intervento del giovane scienziato Wilson: "Ho fatto lo stesso sogno per diverse notti di seguito: sono quasi in cima alla torre, poi appoggio male il piede e cado. Una lunga e lenta caduta; tutte le volte, prima di toccare terra, mi sveglio sudato". Questo canto forma un atipico, ma suggestivo 'duetto' con la voce di Pasqualita che continua la sua ninna-nanna. 

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Dubbi dello scienziato Teller:
"Enrico Fermi accetta scommesse se la bomba infiammerà l'atmosfera e, in quel caso, se distruggerà solo il Nuovo Messico o il mondo intero". 
Lo raggiunge il generale Groves: "Non apprezzo il suo umorismo, dottor Keller, questo è un discorso a vanvera in grado di terrificare i militari dalla paura ... Teller risponde che "l'esplosione potrebbe essere molto più grande del previsto. Devo effettuare un ultimo controllo e una revisione ... Ma forse tutto andrà oltre la nostra esperienza".
Un interludio convulso indica, tramite un ritmo sincopato (accento sul tempo debole anziché su quello forte della battuta: ± - ± -), la forte agitazione che c'è tra gli addetti alla torre. Il generale Groves sentenzia: "Sin dall'inizio, questo programma è stato disturbato dalla presenza di alcuni scienziati di incerta lealtà".

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Il Countdown inizierà alle 5:10 del mattino. Oppenheimer è fortemente esaurito, soprattutto nel sistema nervoso e si esprime in modo piuttosto sconnesso: "Vi assicuro che ora i secondi sono fortemente accentuati e ciascuno, saltando fuori dall'orologio dice: io sono la vita, l'insopportabile vita, l'implacabile vita!".
Pasqualita canta i detti popolari indios: "E' spuntato l'inverno, ma i morti non sono tornati ... Sono giunte notizie portate dalla brina: I morti sono in marcia! ... Non hanno fatto promesse, non abbiamo mai sognato minacce e i sogni si sono diffusi" (tra una frase e l'altra commenta con il suo triste e sconcertante 'a-a-aha').
Oppie: "Le buone notizie riempiono ogni uomo di una paura inspiegabile!". L'orchestra esegue un interludio minaccioso, basato su un timbro cupo con - in contrasto al sottofondo - acutissimi squilli di tromba.

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Il Coro canta un testo sacro induista tratto da 'Bhagavadgita' (Il canto divino): "Vedo te, la tua forma divina con innumerevoli bocche ed occhi, e denti feroci. Oh, Maestro, vedo la tua Forma divina ... Quando ti vedo, Vishnu onnipotente, prendi sulle spalle il cielo nelle tinte dell'arcobaleno. Maestro! Vedo te e non trovo pace. Oh il mio cuore è inquieto!".
Rombi di tuoni spaventosi, tellurici, accompagnano lo scorrere del tempo musicale che sembra, piuttosto, ad una sospensione del tempo.


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Il lancio della bomba è prossimo e Oppenheimer non controlla la sua esaltazione psichica: "A quale demone son debitore per trovarmi così circondato di mistero, di silenzio, di pace e di profumi? Oh beatitudine! Ciò che di solito chiamiamo vita, anche nella sua espressione più felice, non ha niente in comune con questa vita suprema di cui ora ho conoscenza e che assaporo minuto per minuto, secondo per secondo! No! Non ci sono più né minuti, né secondi! Il tempo è sparito! E' l'eternità che regna". Un suono di sirena lo scuote ulteriormente: "E' il segnale! Il lancio avverrà tra cinque minuti, prendete tutti posto in trincea". La musica suggerisce gran movimento, poi tuoni, lampi e un terrificante rumore di fondo (citazione stravinskjana) con suoni emergenti di corno.  
Intervento del meteorologo Hubbard: "A oriente il cielo è sereno, ma è coperto a occidente. La visibilità è superiore a 95 Km. La pioggia è cessata".
Un interludio cupo e minaccioso prepara il nefasto intervento di Pasqualita: "D'estate tutti eravamo soliti sognare. La speranza del rullo di tamburo, il cuore che esplode dal desiderio (e qui il suo solito vocalizzo indio 'a-a-aha', ora urlato come grido di disperazione). La musica ci univa mentre scorrevano le visioni, e la mezzanotte si illuminava, a-a-aha, davanti alla fede. 
Interviene Kitty per sottolineare che "i sognatori si svegliano di notte e cantano le loro canzoni nella  mezzanotte lucente: "Siamo la speranza, avreste dovuto confidare in noi, siamo i sogni, avreste dovuto sognare di noi e chiamarci!".
Interludio con rombi meteorologici. Poi un acutissimo suono di sirena e tutti guardano verso il cielo.
Oppenheimer: "Zero meno due minuti. Il missile è schizzato fuori prima del previsto".
Teller: "E' stato un segno infausto!". Colpi di timpani e forti scrosci d'acqua.
Oppenheimer: "Signore, questi avvenimenti sono un colpo al cuore!". Sempre lo stesso rumore di fondo con rintocchi di campane e scansione del tempo con percussioni. E grida!
Una nota esplicativa del libretto dice: "Nulla si muove e nulla è sentito: solo un ritmico 'conto alla rovescia' trasmesso dagli altoparlanti. A quarantacinque secondi, un ingegnere preme l'interruttore del 'timer': "Uno, zero". Un silenzio lugubre e l'inizio di una nuova era".
La voce di una donna giapponese ripete sino alla fine dell'opera e insistentemente (commentata soltanto dai rintocchi di 'campane a morto' e da grida disperate), il ricordo degli esiti dolorosi, tristi e crudeli di Hiroshima e Nagasaki : "Dateci dell'acqua per favore. Signor Tanimoto, ci aiuti, non riesco a trovare mio marito".

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Personaggi ed interpreti:
J.Robert Oppenheimer (direttore del progetto Manhattan: Gerald Finley (baritono)
Kitty Oppenheimer (moglie di Oppenheimer): Jessica Rivers (soprano)
Generale Leslie Groves (Capo militare del progetto): Eric Owen (basso)
Edward Teller (scienziato): Richard Paul Fink (baritono)
Jack Hubbard (meteorologo): James Maddalena (baritono)
Robert Wilson (giovane scienziato): Thomas Glenn (tenore)
Pasqualita (baby sitter degli Oppenheimer): Ellen Rabiner (contralto)
Netherlands Philarmonic Orchestra diretta da: Lawrence Renes
Coro della Netherland Opera diretto da: Martin Wright
Regia: Peter Sellars



domenica 28 febbraio 2016

August STRINDGERG - Verso Damasco


August Strindberg (1849 - 1912) è per molti aspetti sconvolgente: non esprime concetti chiaramente percepibili, ma li sottende lasciando al lettore (trattandosi di un dramma, allo spettatore) la facoltà di intendere il non detto e sottaciuto. Le vicende narrate si rifanno sempre al suo vissuto, alle esperienze autobiografiche: svela la sua misoginia (si sposò tre volte interrompendo bruscamente i rapporti, affermando che "non esiste inferno più terribile del matrimonio"), la scarsa fiducia nel prossimo e il suo latente ateismo, frammisto all'anelito di trovare nella religione un probabile rifugio. Anelito espresso già nel titolo dell'opera teatrale di cui ci stiamo occupando (a Damasco San Paolo si convertì al cristianesimo perché folgorato da un intensissimo fascio di luce divina).
In 'Verso Damasco' (1898, quindi produzione della piena maturità) si identifica nel personaggio dello 'Sconosciuto', uno scrittore che concepisce la donna come essere inferiore (Strindberg era figlio di una serva del padre, condizione che fu la sua ossessione). E' considerato uno dei padri dell'Espressionismo, per le situazioni comportamentali fortemente estremizzate dei suoi personaggi. Mostra le sue conoscenze musicali facendo sentire - proveniente da una casa vicina a dove si svolge l'azione - una 'Romanza senza parole' di Mendelssohn che propongo alla vostra attenzione.

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Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847) 'Marcia funebre' da 'Lieder ohne Worte' (Romanze senza parole) in Mi bemolle maggiore op.62 N.3. Al pianoforte Daniel Barenboim.
                                        
Significative  alcune frasi pronunciate dallo Sconosciuto /  Strindberg: "da quarant'anni aspetto la felicità"; "gioco con la vita come con la morte";  "temo la solitudine".
Sconcertante la scena del manicomio, una strana specie di convento dove un confessore intimorisce lo Sconosciuto - lì caduto in delirio - e gli fa vivere un'esperienza fantasiosa ma allucinante: viene minacciato con il Deuteronomio e le sue norme sulla convivenza sociale e familiare. Quella che lui ha sempre disatteso, pur aspirando ad una ricerca di metafisica redenzione esistenziale.
Ma i commenti di Audino e Ceravolo sono così esplicativi da rendere superfluo ogni mio ulteriore commento. 
             
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Registrazione di Radio3Suite del 25 febbraio 2016:
Stefano Catucci conduttore, Antonio Audino curatore della rubrica 'Archivio storico del teatro', coadiuvato da Massimo Ceravolo professore all'Università di Firenze di lingue e letterature nordiche.
Audino propone l'ascolto dell'edizione radiofonica del 19 maggio 1973 con la regia di Vittorio Melloni. Personaggi ed interpreti principali:
Lo Sconosciuto: Roberto Herlitzka; La signora: Marisa Fabbri; Il dottore: Lucio Rama.








lunedì 15 febbraio 2016

Mario FERRARESE - pittore da divulgare





Avrei dovuto precisare nel titolo, 'amico pittore', essendo Mario, io e le nostre spose, legati da un'amicizia che dura da anni, anche se l'avanzare dell'età ha diradato i nostri incontri. Non quelli telefonici o epistolari, ormai divenuti elettronici.  
Inoltre i quattro suoi quadri appesi alle pareti della nostra stanza di soggiorno, ineludibilmente  ricordano e nobilitano il luogo e l'animo.
Bene ha pensato Mario di 'eternare' le sue opere (1387!) in un pregiato catalogo dotato di due DVD che mostrano tutta la sua produzione artistica, senza esclusione di genere: schizzi, appunti, disegni e dipinti, alcuni dei quali esposti in mostre con esiti notevoli di pubblico e critica.


           Mario Ferrarese
Le relazioni umane sono complesse e variegate, spesso inique perché ascritte all'invidia, intesa nel senso di rammarico dell'altrui felicità: ciò induce ad ostacolare - o non favorire - il successo del contendente. Per un altro verso, può influire negativamente l'ambiente frequentato, poco propizio alla diffusione e alla conoscenza delle intrinseche qualità inerenti la 'cosa in sé'. Questo per dire che Mario avrebbe meritato un successo, un'approvazione pubblica ben superiore a quella ottenuta nell'ambito di una cerchia di amici e conoscenti. Ma la sua capacità di discernere il vero dal falso, avrà certamente destato in lui  il sentimento gratificante che si merita.
Difficile la proposizione di opere d'arte da scegliere nella sequenza, insigne ed eletta, da lui mostrata. Come iniziare? Quale proporre per prima?
Il quadro intitolato 'Chiarastella' apre il mio discorrere perché so essere nato da una spinta affettiva verso la nipote che porta lo stesso nome: una stella sembra essere una sovrannaturale apparizione nel gioioso, colorato mondo sottostante. Suggestione ambivalente: emotiva per i colori smaglianti come la giovinezza, e razionale per l'equilibrio compositivo.
Iniziamo il percorso artistico di Ferrarese seguendo l'ordine cronologico, al fine di evidenziarne l'evoluzione. 
Mentre leggiamo e vediamo le riproduzioni dei quadri, ascoltiamo i contrappunti  I, II e III de «L'Arte della Fuga» BWV1080 di Johann Sebastian Bach (1685 - 1750).
Esecuzione di 'Musica Antiqua Köln' diretta da Reinhard Goebel (Andras Staier e Robert Hill al cembalo).
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1953 - Viaggio nell'Italia meridionale (per migliorare la visione usa lo 'zoom')






Di primo acchito sembrano esiti fotografici, ma la geometria compositiva è già personale, appassionato segno grafico.



Ricerca comprovata nel disegno del 1955.

                                                                                
                                                                          


Il colore, mantenuto nella gamma scura, entra con esitante prepotenza.






Ma si afferma decisamente nel 1965.







Ne dà conferma l'olio del 1975.





Il 'senza titolo' del 1977 è una delicatissima china che cerca appropriati accostamenti di linee compositive. Cercati e trovati.


                   
  


Il 1980 è caratterizzato da un olio sui toni scuri: segno del subconscio che 'incrina'  l'innata giovialità del nostro pittore, del suo essere.
                                     

                      
                             



Ancora nel 1980, un disegno a matita piuttosto inquietante: le figure sembrano tendere verso un obiettivo agognato, ma irraggiungibile. 







NOTA: il percorso dal 1993 al 2009 comprende molti pastelli, pennarelli e matite acquerellate da me esclusi, probabilmente sbagliando, perché ritenute tecniche poco rilevanti. Gli oli e le tempere dello stesso periodo mi sono sembrati pregevoli, ma meno coinvolgenti.  


Delicatissimo acquerello suggerito formalmente da Afro, ma
con un personale, profondo apporto affettivo.






Epifania del colore! Quella che caratterizzerà - in gran parte - la produzione di Mario.






Predisposizione confermata in questo luminosissimo acrilico del 2009.








Da allora sono trascorsi soltanto quattro anni, ma pesanti nell'arco della vita, ormai prossima alla vecchiaia.






L'anno successivo crea un dipinto che - a discrezione del possessore - potrebbe essere capovolto.








                                                          


L'ultima delle opere di Mario porta il titolo "Im Abendrot" (Al crepuscolo), tratto da uno dei 'Quattro ultimi Lieder' (Vier letzte Lieder) di Richard Strauss (1894 - 1949). Propongo l'ascolto di questo brano - oltre che per la sua straordinaria bellezza - perché  composto alla considerevole età di ottantatré anni.
Momento della vita che porta a particolari riflessioni, consce o subconsce.
Il testo è del poeta tedesco Joseph von Eichendorff (1788 - 1857).
Qui, un giorno, vagammo insieme felici mano nella mano.
Ora, alfine, sostiamo nella pianura avvolta dal silenzio.
Le ombre sopraggiungono a esplorare le valli, mentre le tenebre pervadono l’aria immobile.
Due usignoli solitari cantano e colmano, così, i loro sogni. Avvicinati e lasciali cantare, presto sarà ora di dormire.
Com’è lontano l’inizio del nostro cammino e com’è profonda questa solitudine.
Oh riposo così a lungo desiderato!
Sentiamo, ora, il dolce sospiro della notte e siamo stanchi, molto stanchi.
Potrà, forse, questo essere la morte?
                                                                                                                          libera traduzione di d.v. magris

Ascoltiamolo nell'esecuzione di Jessye Norman accompagnata dall'Orchestra Gewandhaus di Lipsia diretta da Kurt Masur.

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Questo quadro, l'ultimo della raccolta di Mario FERRARESE, (ma gli auguriamo un lungo prosieguo) è su tela di sacco. 
E chiude, in profonda riflessione, un percorso artistico caratterizzato dalla gioia di vivere, non disgiunta dalle riflessioni che lo stesso vivere comporta. La cupezza dovuta alla tonalità scura prevalente, è in parte lenita dagli schiariti occhielli che faticano a farsi luminescenti: in perfetta armonia  col mondo reale e ideale, da Mario mostrato con segni, colori, idee e sentimenti.
Il tutto sorretto dalla rigorosa osservanza di ciò che Platone ha chiamato 'geometria' e ha definito come 'conoscenza di ciò che perennemente è". 




Precisazione: le considerazioni qui espresse, non hanno la pretesa di assurgere a parametri
                       valutativi, ma sono frutto dell'arbitrarietà propria alla categoria amatoriale. 
                       La loro motivazione è dovuta esclusivamente a spinte affettive.




giovedì 4 febbraio 2016

BRUGES - "LA CITTA'  MORTA"
 
 
 
 Oggi parlerò dell'opera che il compositore austriaco, ma naturalizzato americano, Erich Wolfgang KORNGOLD (1897-1957) ha chiamato 'Die tote Stadt' (La città morta) riferendosi a Bruges, la città belga famosa per i suoi canali che nel Medioevo consentivano anche a navi commerciali di grandi dimensioni, di raggiungere la città per via mare. Nel 1920, quando Korngold scrisse il libretto (tratto dal romanzo 'Bruges la morta' di George Rodenbach) e la musica dell'opera, la città viveva ancora  la stagnante  situazione  economica - e  il conseguente aspetto triste - dovuto  all'insabbiamento dello Zwin, il canale più importante, avvenuto nel XV secolo.
Attualmente è un vitale centro turistico, con eccesso di zelo chiamato 'Venezia del Nord'.

Erich Wolfgang Korngold
La motivazione che mi ha indotto ad occuparmi di Korngold e della sua opera, è dovuta al fatto che il canale digitale 'medici.tv' l'ha trasmessa dal vivo, il 30/01/16 in forma concerto, ripresa all' «Auditorium de Radio France».
L'«Orchestre Philharmonique de Radio France» è diretta dalla Maestra Marzena Diakun con i seguenti interpreti:
Marietta - Camilla Nylund soprano; Paul - Klaus Florian Vogt tenore; Frank - Markus Fiche baritono; Brigitta - Catherine Wyn-Rogers contralto.

Ho anche una registrazione ripresa al Teatro La Fenice di Venezia nel 2009 con la pregevole regia di  Pier Luigi Pizzi,  ma era riposta tra i preziosi ricordi della mia memoria.
E le due esecuzioni distano alquanto negli esiti interpretativi. La forma concerto assume un aspetto cameristico di cordiale, intima comunicazione e  suscita  emozioni tali da indurmi a parlarne.

TRAMA : a Bruges, Paul  piange  la morte della sua  giovane  sposa  Marie.  Incontra una donna che le assomiglia straordinariamente. Rimane angosciato e lacerato tra l'intimo desiderio di lealtà verso la moglie e le rinnovate pulsioni sessuali verso Marietta, la donna conosciuta. Abbandonerà Bruges, città per lui legata soltanto alla morte.

Korngold è un musicista di difficile collocazione stilistica: pur avendo operato nella prima metà del Novecento, si è inserito perfettamente nel contesto dell' Espressionismo musicale (Arnold Schönberg, Alban  Berg e Anton Webern), ignorando il periodo Fauve de "La sagra della primavera", o del Neoclassicismo (Pulcinella e altro) di Igor Stravinskij e rifiutando la teoria dodecafonica di Arnold Schönberg. 
Perdurano tuttavia, nella sua musica, influssi e suggestioni tardoromantiche: in special modo quelle wagneriane, sebbene alquanto interiorizzate. Se Wagner ipnotizza e sconvolge le viscere dello spettatore, Korngold commuove, smuove i suoi affetti più reconditi e le passioni riposte nell'inconscio. Come in Wagner, le voci non cantano Arie (ad eccezione dell'Aria di Marietta), ma 'suonano' insieme all'orchestra. E il coro proviene da lontano simile al 'tema dell'alba', cantato tra le quinte da Brangania nel 'Tristano e Isotta'. Sono, queste, scelte interpretative della Direttrice d'orchestra che ha voluto sdrammatizzare le relazioni sociali, riducendo gli aspetti espressionistici presenti nella musica di Korngold. Questa scelta sembra scorretta (e oggettivamente lo è), ma porta agli esiti cameristici di cui ho detto.
L'orchestrazione è piuttosto uniforme: i gruppi strumentali (archi, legni [oboi, clarinetti, fagotti e flauti], ottoni e percussioni) suonano tutti insieme, a volte prevalendo alcuni per timbro piuttosto che per dinamica (piano, forte ...). Questa omogeneità rende l'idea del silenzio, della noia e della tristezza che si specchiano nelle scure acque dei canali di Bruges, città morta (Questo luogo vuole il silenzio! ... L'amara realtà ha distrutto il regno della fantasia).
Il protagonista, Paul, identifica la sua sposa morta Marie con Marietta, donna di spettacolo, ballerina desiderosa di vivere e amare intensamente, senza gli indugi frapposti dal nostalgico - seppur innamorato - amante. Come affrancarsi dalla  contorta dipendenza psichica? Frank, spregiudicato amico infedele di Paul (possiede la chiave dell'abitazione di Marietta), ma uomo dotato di senso pratico,  decide di iniziare un nuovo percorso esistenziale cercando nuovi 'luoghi' affettivi e residenziali e invita Paul a seguirlo. 
A conclusione dell'opera, prima di lasciare definitivamente la casa dei suoi ricordi e Bruges, Paul canta sullo stesso motivo dell'aria di Marietta: "O felicità che mi sei rimasta, addio mia fedele amata. La vita è disgiunta dalla morte secondo una legge terribile". 
E noi spettatori - avvinti da tanto splendore musicale - stiamo ad attendere un' altra commovente, simile percezione.
Ascoltiamo la "Canzone di Marietta" (Marietta's Lied = Felicità che mi sei rimasta) nella esecuzione del soprano Renée Fleming, registrata al Met (Metropolitan Opera House) di New York.

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giovedì 7 gennaio 2016

I L   V A L Z E R 
tra euforia e affanni


Scrivendo  di  valzer,  tornano  in mente  gli Strauss padre (Sr = senior) figlio (Jr = junior): Johann ambedue.
Quel genere di danza, tuttavia, era nato ben prima con il popolare Ländler e l'aristocratico Minuetto - ambedue in ritmo ternario (3/4).
Haydn e Mozart, avevano scritto dei valzer, ma quello che divenne famoso fu il tema che Anton Diabelli (1781-1858) propose a 51 compositori perché ne facessero delle 'variazioni'. Aderirono - per citarne alcuni - Czerny, Hummel e Moscheles; ma fu Beethoven ad innalzare a vette supreme quel facile motivetto. Ascoltiamolo:

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Il valzer si diffuse particolarmente a Vienna per opera degli Strauss, una famiglia di musicisti da cui emersero Johann padre (Sr) e Johann figlio (Jr). Il primo conosciuto per i 'galop', le 'polke, la 'Radetzky March' e, ovviamente, per i valzer.
Johann Strauss Jr

Johann STRAUSS Jr. (1825-1899) è il più celebre dei due per la quantità e per il livello compositivo raggiunto dalle sue opere, delle quali è sufficiente ricordare "An der schönen Donau" (Sul bel Danubio blu), "Kaiserwaltz" (Valzer dell'Imperatore), "Wein, Weib und Gesang" (Vino, donna e canto). I suoi valzer ebbero un'immediata diffusione e furono apprezzati da Brahms e da Schönberg che arrangiò il 'Valzer dell'Imperatore'. 
Ascoltiamo 'Frülingsstimmenn' (Voci di primavera) op.410nella esecuzione della Wiener Johann Strauss  Orchestra diretta da Willy Boskovsky.

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L'immagine della Vienna 'fin de siecle' è completa, ma spogliata dalla pesantezza presente in Johann padre ed arricchita da una vena melodica scorrevole e trascinante. 

NOTA:  di Johann Jr. ho volutamente trascurato  -  perché non pertinenti all'argomentazione             fondata  sul valzer  -  le 'Operette',  quali ad esempio,   "Il pipistrello",   "Lo zingaro   barone", "Una notte a Venezia".



Ma il valzer non è soltanto quello sereno e conviviale proprio di Vienna. Più a nord, in Finlandia,  il ballo rispecchia la vena malinconica legata all'ambiente fatto di foreste, laghi e ghiacciai. 


Jan Sibelius
Jean Sibelius (1865-1957) scrive musica dal carattere   contemplativo   che  rinuncia al drammatismo postromantico per uno stile, un   atteggiamento  estatico   che, dopo il 1926, lo  condurrà  a  rifiutare  il comporre  per  i restanti  trentanni della sua vita.
Il Valse triste op.44 non è un brano a sé stante come lo conosciamo, ma  fa parte delle musiche di scena di 'Kuolema' (La morte), dramma scritto nel 1903. 
Il  titolo  è  esplicito e  non  abbisogna di chiarificazioni.   Ed  è   idoneo   a  rivelare  uno  dei  possibili contesti di rapimento estetico del nostro vissuto esistenziale.
Ascoltiamolo nell'interpretazione dei Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan.


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Il valzer ha toccato considerevolmente anche il cinema: "2001: Odissea nello spazio" di Kubrick, "Il Gattopardo" di Visconti, "L'ultimo valzer" di Scorsese, per citarne alcuni.
Luchino Visconti è stato particolarmente sensibile e attento alle colonne sonore dei suoi film, a cominciare da "Senso", con musiche di Bruckner e Verdi, "Vaghe stelle dell'Orsa" con César Franck, "Morte a Venezia" con Mahler, "Ludwig" con Wagner. Ma la collaborazione più stretta l'ebbe con Nino Rota (1911-1979) per "Le notti bianche", "Rocco e i suoi fratelli", "Boccaccio '70" e 'Il Gattopardo'. Famosissimo il  'Valzer in Fa maggiore' di  Giuseppe  Verdi - da lui scritto ancora studente  - per la 'Società Filarmonica' (la banda) di Busseto.



Nino Rota lo ha sensibilmente arrangiato per il film di Visconti conferendogli la finezza e il sapore decadente propri al séguito del principe Fabrizio di Salina.  

Ascoltiamo il 'Valzer brillante' di Nino Rota - Orchestra del Teatro La Fenice diretta da George Prêtre.

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Ma chi ha veramente mostrato una nuova idea del valzer è Maurice RAVEL (1875-1937). 


Maurice Ravel


Con 'La Valse' ha trasfigurato la danza elevandola a musica da concerto, pur conservando il suo carattere trascinante delle vorticose evoluzioni danzanti. E soddisfacendo le esigenze di due categorie di ascoltatori: quelli dediti alla musica 'leggera', e i frequentatori delle sale da concerto capaci di scoprirvi le raffinatezze timbriche e armoniche che caratterizzano la musica di Ravel. 
Il brano si apre con un mormorio degli strumenti più scuri dell'orchestra (contrabbassi, fagotti e clarinetto basso) per schiarirsi gradualmente e lasciar posto al valzer con un'esplosione orgiastica del ritmo, data dalle percussioni e dall'intera orchestra.
La conclusione del delirante baccanale, lascia spazio ad una implicita, inequivocabile visione della morte. 

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Ascoltiamo 'LA VALSE' di Maurice Ravel nella esecuzione dell'Orchestre National de France diretta da Leonard Bernstein.





  



sabato 12 dicembre 2015

IBSEN - "SPETTRI" che tornano 





Nel 1982 ho assistito, al 'Festival dei Due Mondi' di Spoleto, alla rappresentazione teatrale di 'Spettri' di Henrik Ibsen (1828 - 1906) per la regia di Luca Ronconi e la scena - indimenticabile - di Mario Garbuglia: un'alta serra liberty fatta di bianche vetrate dalle quali entra il grigiore scandinavo (Ibsen è norvegese) e, improbabilmente, il sole agognato dall'infelice Osvald, protagonista del dramma.
Ibsen anticipa il tema dell'eutanasia legato al senso della vita e della morte: il figlio invoca la madre affinché lo aiuti a compiere il suicidio, ma il dubbio rimane irrisolto. Sì! ... No! ... grida lei disperata. 


Giovedì 10 dicembre 2015 radio3 Suite, condotta da Oreste Bossini, coadiuvato per il teatro da Antonio Audino e da Giuliano D'Amico (docente di letterature nordiche a Trondheim in Norvegia), programma un parziale ascolto dello stesso dramma ibseniano registrato dalla RAI nel 1972, interpretato dalla grande Sarah Ferrati (signora Alving), Alfredo Bianchini (Pastore Manders), Rodolfo Baldini (Osvald). Regia di Filippo Crivelli. 
                    
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Bossini, sollecitato da Audino, propone come brano musicale legato ad Ibsen, le musiche di scena per il dramma 'Das Fest
aus Solhaug' di Hugo Wolf (1860 - 1903), musicista malato di sifilide e morto pazzo come Osvald, protagonista di 'Spettri'.
Mi allontano dalla sua scelta e propongo il Lied 'An eine Äolsharfe' (A un'arpa eolica), dello stesso Wolf il cui testo, di Eduard Mörike, è il seguente:

Protetta dall'edera/di quest'antico muro/tu, arpa melodiosa e segreta dei cieli,/ripeti il tuo musicale lamento./ Aimé! Tu vieni, brezza lontana,/dalle colline fresche e verdi/dove giace il bambino/da me teneramente amato./Fiori primaverili sbocciano sul sentiero/e inebriano di profumo./ Ah! Di qual dolce emozione/tu colmi il mio cuore!/Come vibrano le tue corde/al musicale richiamo della malinconia/del tuo suono che si espande e si dilegua/insieme al mio struggimento.// Ma improvvisamente il vento si gonfia/di un soffio più profondo;/l'arpa allora effonde accenti più commossi/che sospingono la mia anima nei più intimi segreti./Ed ecco che la rosa spampanata dal vento/ sparge i suoi petali ai miei piedi.//                    (traduzione di d.v.m.)

Il musicale lamento dell'arpa e i petali della rosa, sembrano portati dal vento ai piedi di Osvald e di mamma Alving, come compenso per la loro sciagurata esistenza. 


            Hugo Wolf                                       clicca e ASCOLTA


                                Dietrich Fischer-Dieskau baritono
                                                Daniel Barenboim pianoforte